La Battaglia di Montemurlo
Il Corteggio Storico di Montemurlo vuole ricordare la “Battaglia di Montemurlo” avvenuta il 2 agosto 1537, in pieno Rinascimento, fra la Signoria Medicea rappresentata da Cosimo I° ed i fuorusciti repubblicani, contrari al regime mediceo, capeggiati da Baccio Valori e Filippo Strozzi, proprietari rispettivamente della Villa del Barone e di Villa Strozzi. Il panorama che fa da sfondo alla storica battaglia è proprio la Rocca di Montemurlo e la pianura sottostante: si narra che i soldati di Cosimo I fossero circa diecimila fra cavalieri, esercito di fanteria e soldati mercenari Spagnoli e Tedeschi. Contro questo esercito organizzato e ben disposto dai lucidi capitani Alessandro Vitelli e Piero Colonna, sotto l’egida del cardinale Cibo, nulla poterono gli archibugi e le artiglierie di Piero Strozzi, figlio di Filippo e al comando delle truppe dei fuorusciti fiorentini. Filippo Strozzi con i suoi fedeli, asserragliato dentro le mura del castello della Rocca, fu scovato e spinto ad arrendersi a causa di un incendio che, acceso al portone principale d’accesso, ben presto si diffuse anche alle stanze superiori e al cortile. Cosimo I giustiziò i prigionieri: il giorno 20 agosto nel Bargello furono decapitati Baccio Valori, il figlio Filippo e il nipote; Filippo Strozzi sembra che dopo un periodo di prigionia si uccise in cella, disposto a morire pur di non tradire la sua patria ed i suoi compatrioti. Alla battaglia di Montemurlo seguì l’unificazione della Toscana sotto i Medici. Più che un momento di guerra, pertanto, il Corteggio intende celebrare un evento che aprì la strada alla pace di questo paese.

Banchetto Rinascimentale
Rievoca la cercata pacificazione tra i Medici e gli oppositori repubblicani meno compromessi. Avvenne nella primavera del 1537, circa due mesi prima della battaglia di Montemurlo. Fu reso possibile dalla mediazione della famiglia Pandolfini, patrona della locale Pieve, ideatore fu il montemurlese Felice Settesoldi ospedaliere della compagnia del Bigallo all’ospedale di S. Concordio in Barzano (Montemurlo).

Breve storia sulla bandiera
La bandiera, fin dalla sua remota origine, ha sempre avuto un ben preciso significato sia nei colori che nei simboli ed è stata usata quale segno di identificazione per l’orientamento delle truppe, l’insegna di chi combatteva nella stessa formazione, sino a divenire la più alta e sovrana espressione dell’identità di una nazione. 
L’Alfiere, nel Rinascimento, era un uomo valoroso e di nobile famiglia. Con la bandiera precedeva le proprie truppe in battaglia comunicando ordini ai soldati attraverso precisi movimenti. In tempi di pace questi movimenti, praticati dai nobili alfieri per intrattenere gli ospiti alle feste di corte, venivano codificati divenendo una vera e propria arte: l’Arte del Maneggiar l’Insegna. 

Lo sbandieramento era ed è tuttora, un’arte vera e propria che esaltava l’alfiere, il quale doveva essere valoroso, esperto e pronto di riflessi affinché, senza confusione o esitazione, potesse eseguire le necessarie segnalazioni di comando alle proprie schiere, per le manovre più opportune, richieste nella battaglia. L’ alfiere doveva inoltre essere provvisto di coraggio non comune in quanto, non soltanto marciando in testa con la bandiera spiegata era conscio di esporsi sempre e per primo nei combattimenti, ma era altresì cosciente di non far cadere la bandiera in mani nemiche, perché l’intento dell’avversario era proprio quello di impadronirsene, ben sapendo che la perdita di questa, avrebbe significato disordine, scoraggiamento e sconfitta dei rivali. Ecco perché questi alfieri si sottoponevano quotidianamente ad esercizi nel lancio in lungo ed in alto, fondamentale per porre in salvo la bandiera. Quest’arte è stata tramandata fino a noi attraverso antichi trattati redatti dai Maestri d’Armi del Rinascimento. In questi trattati venivano descritte le regole per come muovere l’Insegna, come portarla, come lanciarla, e come tenerla quando l’altra mano sguainava una spada, ma anche come si poteva offendere con la bandiera dato che essa stessa era un’arma. L’arte dell’alfiere non era facile in antico così come non lo è nel presente, perché oltre a richiedere destrezza, forza, sentimento, leggiadria ed un fisico armonicamente sportivo (che lo sbandieratore raggiunge soltanto attraverso intensi allenamenti), pretendeva e pretende un movimento libero, sciolto, festoso, composto, ma pur sempre militare e non circense, attenendosi con la maggiore aderenza possibile, a quello che nel passato era realtà. Con il passare dei secoli la figura dell’Alfiere ha cambiato il primordiale atteggiamento militare per trasformarsi in un abile lanciatore di bandiera, esibendosi a contorno di manifestazioni come Cortei storici ed antiche Giostre cavalleresche.